Quando un’emozione ti risolve un problema.

Siamo in coda, attendiamo il nostro turno per pagare un bollettino postale. Già la cosa non è piacevole ma dobbiamo farlo. L’attesa è un po’ più lunga del previsto e iniziamo ad agitarci: tra poche decine di minuti scade il disco orario e oltretutto dobbiamo rientrare al lavoro… Abbiamo alcune opzioni tra cui scegliere:

  1. abbandonare la coda e rimandare il pagamento (col rischio però di pagare delle sanzioni);
  2. rimanere in coda e chiedere a gran voce agli impiegati di fare presto;
  3. rimanere in coda e attendere semplicemente il proprio turno;
  4. passare avanti chi vi precede con la scusa del disco orario, ecc.

Cosa fareste voi? Quali emozioni state provando?

Problemi ed emozioni.

Quando siamo di fronte a un problema, la nostra mente e il nostro corpo si predispongono per recuperare tutte le risorse necessarie per risolverlo: iniziamo a pensare alle alternative disponibili e alle conseguenze di ognuna di esse. Il processo che prevede il recupero delle informazioni utili alla scelta della strategia migliore, prevede anche l’attivazione delle funzioni dell’amigdala, organo del sistema nervoso centrale attivato durante i processi di memoria emozionale: questo significa che tentare di risolvere un problema attingendo alla memoria dell’esperienza passata può facilitare l’associazione nel processo in corso di particolari emozioni, sia provate in quelle circostanze che disponibili al momento.

Per esempio, se in passato mi sono ritrovato spesso a pagare multe per ritardati pagamenti, è probabile che nell’esempio sopra descritto reagirò nella modalità 2, ovvero mi irrito per il ritardo e chiedo a gran voce di fare presto. Questo comportamento, però, porta effettivamente alla diminuzione dei tempi di attesa? Non lo sappiamo con e certamente noi non possiamo farci niente, perché sono gli impiegati che determinano l’attesa (e questo non giustifica la nostra invettiva nei loro confronti…).

Le emozioni quindi ci accompagnano nella reazione di fronte alla necessità di risolvere un problema e non ci accorgiamo che lo fanno anche durante la scelta della soluzione che vogliamo adottare.

Quando un’emozione non è determinante per la soluzione di un problema, anzi ne è un ostacolo, viene definita parassita. E’ un’emozione incoerente con la situazione, non solo perché non utile alla soluzione del problema ma anche perché potrebbe diventare un problema in più per il nostro benessere. Sempre nell’esempio dell’esperienza all’ufficio postale, urlare contro qualcuno o qualcosa “risolve” il problema della nostra fretta?

Esiste un’emozione giusta?

Quindi voi come avreste reagito? In effetti, non esiste una risposta corretta o sbagliata ma esiste quella più conveniente.

Il problema che dovevamo risolvere si riferiva a:

  • pagare il bollettino;
  • non prendere la multa al parcheggio;
  • tornare al lavoro al più presto;

e non dovremmo dimenticare che un problema non si risolve creandone altri. Ad esempio, evitando di innalzare pericolosamente il livello di ansia e stress; scongiurando situazioni in cui si potrebbe rischiare una rissa; allontanando la possibilità di rovinarsi la giornata per una litigata all’ufficio postale.

Tra le opzioni che avevamo a disposizione solo due possono essere definite “economiche” per la nostra scelta, valutando attentamente le caratteristiche e le conseguenze:

  • la 1, abbandonare la coda e rimandare il pagamento (col rischio però di pagare delle sanzioni): abbiamo scelto questa se la multa per il ritardato pagamento è irrilevante nei confronti della contravvenzione per il parcheggio e il ritardo al lavoro;
  • la 3, rimanere in coda e attendere semplicemente il proprio turno: abbiamo scelto questa se la multa per il ritardato pagamento è troppo onerosa nei confronti della contravvenzione per il parcheggio e il ritardo al lavoro.

(La 2 e la 4 creerebbero solo rabbia sia nei nostri stessi confronti – emozione parassita – che nei confronti degli altri in coda – come rovinarsi la giornata).

Probabilmente, sia per la scelta 1 che per la 3 dovremmo affrontare il pagamento di sanzioni (parcheggio; ritardato pagamento); potremmo pensare: “Mica tanto conveniente questa scelta, se poi dovrò pagare multe per il ritardo/parcheggio!”. Qui dobbiamo fare qualche passo indietro, ed essere più consapevoli di come abbiamo organizzato il nostro “pagamento del bollettino” (perché abbiamo atteso l’ultimo giorno; la scelta del parcheggio; ecc.).

Imparare a riconoscere e utilizzare le emozioni.

Non è difficile ed è solo necessario fare un po’ di pratica. Prima di provare un’emozione intensa proviamo a pensare: “A cosa mi serve questa emozione? Come può risolvere questo problema?“. Se non riusciamo in pochi attimi a trovare risposte, allora dovremmo abbandonare l’idea (e l’istinto) di esprimere quell’emozione. Se invece le risposte ci sono e sono concrete, possiamo andare avanti con l’emozione.

Nel primo caso, non si tratta di “reprimere” emozioni (qualcuno potrebbe pensare che non dovremmo nascondere le nostre espressioni più genuine) bensì di non accettare che talune di esse si impadroniscano della nostra libertà di scegliere il comportamento più opportuno e congruente con la soluzione del problema.

Scegliere consapevolmente di non esprimere un’emozione che non serve a niente in un dato e specifico frangente (es.: urlare per chiedere che gli impiegati lavorino più velocemente) non significa rinnegare la propria più naturale essenza. Piuttosto è un modo per non aggiungere problemi al processo di soluzione di altri…

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