Le giovani e inaspettate dipendenze.

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(Questo articolo è molto più che ispirato da un intervista a Simon Sinek al canale Inside Quest di Tom Bilyeu,  pubblicata e sottotitolata dagli amici di Efficacemente.com . Potete vedere il video originale su YouTube cliccando QUI).

Parleremo di GiovaniDipendenze: i primi appaiono narcisisti, egoisti, pensano gli sia dovuto tutto, difficili da gestire, pigri, depressi; sempre alla ricerca di un ambiente che gli fornisca (gratuitamente) uno scopo; si lamentano, non stanno bene e pensano che “fuggire” sia la soluzione migliore; la rabbia è la loro apparente ancora di salvataggio ma scambiano l’abitudine con la dipendenza; si aspettano che il loro benessere arrivi da fuori, dall’ambiente, e non sanno invece che potrebbero trovarlo dentro di loro. Ma probabilmente non è colpa loro: l’assenza di questa consapevolezza potrebbe essere causata da ciò che hanno intorno: genitori, tecnologia, impazienza e ambiente.

1. Genitori

I Millennials sono cresciuti in un ambiente in cui si sono perpetrate “strategie fallimentari di educazione familiare“: ai figli era passato il messaggio che erano capaci di raggiungere qualsiasi obiettivo volessero nella vita, solo perché lo desideravano e che erano esseri unici e forti. Spesso sono stati inseriti in percorsi scolastici speciali e molto sfidanti: non perché se lo meritassero, ma perché in altre scuole avevano ottenuto brutti voti e la colpa – a dire dei genitori – era degli insegnanti che non capivano le potenzialità del figlio. E’ un po’ come dare una medaglia all’ultimo arrivato: questo però ha fatto sì che si svalutasse il valore estrinseco della medaglia, come premio per chi è bravo e se lo merita veramente… Senza dimenticare che ricevere una medaglia senza meritarselo può far sentire ancora più depresso chi è arrivato ultimo…

Questi ragazzi – dopo un percorso scolastico i cui risultati sono inflazionati per motivi che vanno dalla sopravvalutazione dei genitori a un imbarazzante buonismo di insegnanti che non vogliono rogne che elargiscono voti alti  e immeritati) – si ritrovano da soli nel mondo del lavoro, dove non c’è più un insegnante compiacente né un genitore protettivo e motivatore all’eccesso: nel mondo “reale” si accorgono improvvisamente di non essere speciali, come erano stati avvezzi a pensare, che non c’è la mamma che gli fa avere una promozione o li toglie da imbarazzanti problemi; che se arrivi ultimo non ti danno la medaglia e che se non lotti non ottieni niente… Questa scoperta così travolgente gli fa cadere in un istante tutte le certezze (improbabili) e sicurezze (labili) che avevano fino a quel momento mutuato dalla convinzione dei genitori.

Quindi si verifica il fatto che da un eccesso di autostima indotto da ideali e aspirazioni di altri, il giovani cade all’estremo opposto di scarsa fiducia e autostima: si trovano in un mondo che non gli è appartenuto fino a quel momento, ma che è sempre stato lì al loro fianco, mentre i genitori, pensando di fare una cosa giusta, glielo nascondevano pensando di proteggerli, mentre gli stavano facendo un enorme torto esistenziale.

2.Tecnologia

Facebook, Instagram, Whatsapp… E’ facile nei propri profili mettere frasi – i cosiddetti “stati”, liberamente copiati da altri profili – non completamente nostre che ci rappresentano più per il desiderio di appartenervi che di sentircisi veramente. E’ facile mostrarsi duri e determinati, anche se non lo siamo; sciorinare ai quattro venti che la vita è magnifica e piena di soddisfazioni. Spesso però questi giovani non posseggono niente di tutto questo: sono fragili e tristi e probabilmente hanno una vita ordinaria.

Non fermiamoci però all’uso dei Social media ma proviamo a percorrere la strada che porta all’abuso di questi.

Nel nostro cervello esiste una sostanza, detta neurotrasmettitore, che si occupa tra l’altro della sensazione di benessere e appagamento: la Dopamina. Questa viene stimolata dalle attività che appagano perché predice una ricompensa: se faccio attività fisica avrò il piacere di avere un corpo sano; se faccio meditazione Yoga so che sarò sereno; se prenoto un tavolo al miglior ristorante so che farò una buona cena. La dopamina viene prodotta come eccitazione e appagamento dell’attività che ci porterà alla ricompensa.

Tornando all'(ab)uso dei Social media, ecco che esprimere un’opinione (anche non nostra), pubblicare frasi d’impatto o foto accattivanti, genera l’aspettativa che un pubblico spesso ignoto possa gradire con dei “Like” e che ad ogni “Like” altra Dopamina verrà prodotta, altra gratificazione è attesa, altra aspettativa si aggiunge. Diventa un circolo vizioso dove non c’è più soluzione di continuità tra un’aspettativa e la ricompensa: non esiste più un’aspettativa non corrisposta da una ricompensa e una ricompensa ci fa credere di poter aumentare le aspettative di riceverne altre. Se venisse interrotto questo circolo ci sarebbe una perdita di questo effimero controllo delle nostre soddisfazioni: “Cosa ho sbagliato?”, “Perché non mi rispondono/seguono più come prima?”, “Non sono capace di mantenere la popolarità…”, e flagellazioni simili. Tutto questo, se ancora non lo avete capito, si chiama Dipendenza.

Quando si parla di dipendenza, non possono venire in mente le droghe, l’alcool, il gioco d’azzardo, il crimine… Il problema al quale esse possono esporre l’individuo si basa sullo stesso principio che abbiamo descritto relativamente alle Tecnologie, ovvero un “circolo vizioso di auto-alimentazione e superamento dei limiti di soddisfazione“. Quale genitore non intenderebbe “difendere” i propri figli dall’aggressione di queste dipendenze? Chi desidererebbe un figlio drogato o alcolista? Esistono leggi che cercano di difendere da queste casistiche o addirittura punire chi ne abusa. Alcune attività sono solo permesse a maggiorenni (ad esempio il gioco d’azzardo), altre sono punite (spaccio di droga) o scoraggiate (uso di alcolici). Però niente viene fatto (né attivamente né passivamente) per proteggere dalla dipendenza dai Social Media e dalla Tecnologia dirompente.

I genitori, le famiglie che non si accorgono del potenziale emotivamente distruttivo della dipendenza dai Social media, è come se dessero in mano al figlio un bicchierino di vodka dicendogli: “Tieni, per la tua tristezza…”. Alcolisti adulti hanno iniziato a bere nel periodo dell’adolescenza, perché nell’alcol trovavano quelle gratificazioni che non ricercavano più dal contesto familiare. Perché è così: un adolescente è un piccolo adulto che inizia a scoprire e desiderare altro che non sia solo l’approvazione dei genitori: è un processo naturale e necessario della crescita dell’individuo ma che potrebbe diventare patologico se non seguito e controllato attentamente sia dalla famiglia che dalla società civile stessa. Quindi ben venga la ricerca di individualizzazione e indipendenza del figlio adolescente ma sempre sotto il controllo – se possibile non invasivo – dei genitori.

E’ in momenti come questi che nascono le amicizie vere, quelle profonde e sincere, quelle che è importante coltivare per continuare a goderne. Ma grazie (ma dovremmo dire sfortunatamente) alla tecnologia, è più facile, più immediato ricevere soddisfazioni e riconoscimenti dai “Like”, cosicché il nostro cervello impara a godere (soddisfazione) di molti “Like” in risposta a nostre pubblicazioni (aspettativa): e torniamo al circolo vizioso: aspettativa -> gratificazione -> ulteriore aspettativa -> maggiore gratificazione -> ossessione dell’aspettativa -> dipendenza dalla gratificazione

Tutto questo stress da gratificazione porta a stati ansiosi, per superare i quali ricorreremo ad una aumento del desiderio di gratificazione, lavorando conseguentemente sulle aspettative. Da grandi, questi individui utilizzeranno la dipendenza come strumento di gestione dell’ansia sociale e non avranno più amici in carne e ossa ma alcol, droghe, azzardo.

Sono i giovani stessi che dichiarano che le loro amicizie sono effimere, labili, instabili. Che non esistono rapporti duraturi e sinceri perché alla prima occasione si slegano a favore di qualche altra opportunità e fonte di gratificazione.

Gli utenti assidui dei Social media sono più inclini a soffrire di depressione, proprio perché essi non hanno imparato a fronteggiare lo stress con strategie adattive ma solo attraverso la mediazione di un dispositivo elettronico che si sostituisce alla lealtà di un amico fidato.

E’ possibile capire quando un uso (di qualsiasi sostanza e/o dispositivo) diventa abuso? Ogni cosa fatta con moderazione e controllo non è abuso: posso divertirmi a scommettere su una partita di calcio, posso gustarmi con amici un buon bicchiere di vino. Ma se queste non sono più attività occasionali ma ripetute e ripetitive, questo è dipendenza. Se provo un certo fastidio a non leggere i messaggi sul telefono, se sento l’impellente necessità di condividere il fatto che fuori piove, se durante una riunione al lavoro o un incontro tra amici tengo il cellulare di fronte a me, se provo disagio a tenere il telefono in tasca e non guardarlo, se torno indietro, percorrendo anche diversi chilometri, se ho dimenticato il cellulare a casa, se mi prende l’ansia perché ho la batteria scarica, sono tutti segnali di una probabile dipendenza da uso del cellulare.

Senza dimenticare che, socialmente, produco due messaggi distinti ma ben chiari:

  • non posso fare a meno di controllare i miei profili Social (ovvero una realtà virtuale);
  • la mia vita virtuale è più importante delle persone che ho intorno.

Se la mattina quando vi svegliate controllate il cellulare prima di dire buongiorno a chi vi sta intorno, questa è una dipendenza. E come ogni dipendenza sarà invasiva, modificherà l’approccio alla vita, farà perdere amicizie, amori, soldi, sonno…

3. Impazienza

Ritornando al circolo vizioso della dipendenza, possiamo aggiungere, aggravando, che sempre più spesso la gratificazione non deve più pagare il fio dell’attesa: tutto è disponibile, immediatamente. Desidero un certo prodotto? Ordino su Amazon e domani ce l’ho tra le mani; devo fare una ricerca? Vado su Wikipedia e copio/incollo; voglio vedere un film, una serie televisiva, ascoltare una canzone? Netflix, Spotify e sono subito soddisfatto. Gratificazione istantanea. Non c’è più bisogno di imparare nuove strategie per raggiungere un obiettivo: è tutto a portata di… aspettativa. Saltano tutti i meccanismi sociali e si utilizzano sono quelli tecnologici. Voglio conoscere una ragazza o un ragazzo? Lo contatto via Social, “magazzino” di facile accesso e pieno di risorse da fare proprie senza troppa fatica. Invio un messaggio e aspetto l’esito, un sì o un no, risposta tronca perché manca di tutta la comunicazione non verbale.

Non c’è più bisogno di capire la particolarità della persona con cui stiamo interagendo, dei suoi dubbi, incertezze, verità, paure, virtù, bisogni, ecc. ecc.: l’importante è soddisfare immediatamente i propri bisogni.

Anche nel mondo del lavoro si percepisce questo atteggiamento: persone che solo dopo poco tempo vogliono mollare perché “non lasciano il segno”, “non stanno imparando”. Perché anche in ambito lavorativo, la gratificazione deve essere immediata e non raggiungerla nel brevissimo tempo è demotivante, stressante, squalificante… 

Il “segno” che vorrebbero lasciare, la “crescita professionale” a cui anelano è un puntino lontano all’orizzonte che questi ragazzi vorrebbero raggiungere in un batter d’occhio, alla velocità della luce. Ma il percorso per quello è necessariamente lento; per quello non ci sono App che accorciano le tappe. Si deve fare tutto il percorso, pieno di insidie ma anche di soddisfazioni, per raggiungere quel puntino là in fondo. Pazienza è la parola chiave. Questi ragazzi devono imparare che ci vuole pazienza per raggiungere la felicità in amore, sul lavoro, nella vita… Il percorso è lungo ma possono essere aiutati, imparare dagli altri, dalle esperienze, dagli amici veri.

Se i giovani non imparano a considerare la pazienza come una risorsa, si sentiranno falliti e incapaci. Vedono quel puntino là in fondo, sentono il brivido della gratificazione ma  non sanno come raggiungerlo velocemente, perché è questo quello che vogliono: non aspettare, non godere per la soddisfazione di esserci riusciti bensì per la gratificazione di non aver fallito.

Nel peggiore dei casi, questo stato di insoddisfazione porta alla crescita delle sindromi depressive, delle dipendenze e dei suicidiNella migliore delle ipotesi invece potremmo assistere alla crescita di una popolazione infelice che crede (ripeto: crede) di non poter raggiungere i propri obiettivi solo perché non ha adottato la strategia giusta o perché ha distorto il vero senso della soddisfazione nel raggiungere l’obiettivo stesso.

4. Ambiente

Il mondo del lavoro sempre più spesso vede nei giovani uno strumento da utilizzare dalle aziende per raggiungere i propri obiettivi aziendali. C’è il pericolo dunque che si perda la ricerca dell’espressione e la valorizzazione delle potenzialità di quei ragazzi per fruire invece della loro mera attività pratica. Persino i tempi entro i quali vogliamo i risultati si accorciano drammaticamente: anche le aziende vogliono tutto e subito. Scarsa cooperazione tra colleghi, definizione di obiettivi solo a breve termine e non a medio o lungo… I ragazzi devono dimostrare e raggiungere gli obiettivi (aziendali) alla massima velocità e non imparano che possono servire anni per imparare una professione e portare a termine un lavoro. Sentono di essere costretti a “lasciare il segno” al più presto e se non ci riescono si sentono in colpa: oltretutto l’azienda non li aiuta a scoprire un’alternativa al loro fallimento…

Mancano leadership positive e un ragazzo alla ricerca di modelli a cui tendere non troverà che brutte copie di un ideale superficiale e sponsorizzato dai Social. I capi non creano più relazioni, ma cercano solo di acquisire potere.

Avete fatto caso ai nuovi indicatori di successo?

  • ricevi molti messaggi e telefonate;
  • insulti chi ti annoia;
  • non ascolti;
  • ti fai desiderare;
  • dai l’impressione che non hai interesse di ciò che dicono gli altri…

Avete in mente come si svolge una riunione lavorativa?

  • ci sono più cellulari che partecipanti;
  • nell’attesa che inizi ognuno è chino sul proprio dispositivo;
  • appena inizia la riunione vengono silenziati e appoggiati i cellulari sul tavolo, a volte a faccia in giù;
  • non appena c’è una pausa tutti riprendono in mano il cellulare…

Le riunioni aziendali sono uno spaccato delle sempre più invadenti espressioni di socializzazione: tutti intenti a controllare il proprio cellulare e ignari della presenza di altre “entità umane” al proprio fianco. Ci siamo dimenticati che in quei momenti potrebbero nascere o consolidarsi le relazioni “umane”: invece di stare a testa china potremmo voltarci a destra e sinistra per incontrare altri sguardi umani. Dovremmo abituarci a parlare e interessarsi di chi ci sta a fianco, magari scoprendo con estrema sorpresa di aver avuto accanto una persona molto interessante senza essersene accorti in alcun altro modo. Questo – purtroppo – accade anche fuori dal contesto lavorativo: potremmo ripetere tutto quanto appena detto ambientando la scena al ristorante, a spasso per la città, in riva al mare…

Ma siamo abbastanza forti da riuscire a controllare la tentazione di sbirciare il telefono? Saremo capaci di resistere a non aprire un App nonostante abbiamo il telefono in tasca?

Se vivete con un alcolista, pensate che basti dirgli “Non aprire la credenza dove riponiamo i liquori” perché non ne faccia uso? La stessa cosa vale per i telefonini: se vogliamo davvero liberarci dalla dipendenza dobbiamo tenerli lontano dalla nostra portata.

E’ nei momenti di attesa, quando siamo senza far niente, che ci vengono le idee, le nostre idee. Se riempiamo ogni nostro momento libero con una sbirciatina ai nostri profili Social non siamo mai in contatto con noi stessi ma continuamente immersi in una coscienza collettiva ma disgregata. E’ nei momenti di vera pausa che possiamo pensare a noi stessi, alle nostre ambizioni, alle nostre capacità. Spesso è la stessa noia, tanto odiata, che scopriamo virtù, abilità o interessi che non pensavamo di possedere.

Proseguendo con la ricerca dei luoghi di abuso delle tecnologie troviamo anche casa nostra. Spesso dormiamo con il cellulare sul comodino: ma perché? Ci esponiamo all’ansia di dover controllare il cellulare, i messaggi, gli stati anche di notte se per un qualche motivo ci svegliamo… lasciamolo in un luogo lontano dalla camera e non sentiremo più il bisogno di controllarlo.

E non troviamo la scusa che il cellulare ci fa da sveglia.

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