I “non” social network

Social network, ovvero rete sociale. Sono i luoghi virtuali dove si incontrano persone e idee: Facebook, Twitter, LinkedIn, Google+, ecc. Tanti luoghi-non-luoghi, perché esistono solo nel momento in cui ci sei. Prima di questi, le piazze e i caffè: nelle piazze rimangono scorie in terra che il servizio ecologico la mattina dopo spazza via… nei bar l’odore di alcool e caffè impregna la micro atmosfera fino alla chiusura, quando i gestori aprono le porte all’aria fresca. E nei social network? cosa ne è delle idee spazzatura? E la memoria delle discussioni? Tutto rimane, niente si dimentica… Ma è giusto così?

Se sorvoliamo momentaneamente sulle modalità di condivisione delle informazioni nei luoghi convenzionali (piazze, caffè, ecc.), proviamo ad immaginarci cosa accade in quelle piazze o in quei caffè dove si parla di tutto: qualcuno espone la propria opinione e la mette a disposizione degli uditori che, a volte singolarmente a volte in una completa confusione, accettano e condividono l’idea oppure ne mettono in evidenza i peggiori limiti e le più bieche falle. Un turbinio di voci e mani che sventolavano in aria nel tentativo di dar forza alle proprie opinioni.

Un’innumerevole mole di informazioni vengono messe a fattor comune: una cascata di opinioni, critiche, giudizi che – anche se non apparentemente – riescono ad elicitare il pensiero e a solleticare in un certo senso le nostre idee. Perché è impossibile non ascoltare e non prendere coscienza di un’opinione che viene gridata con tale veemenza.

Le idee si insinuano piano piano…

Addirittura anche le più sommesse idee hanno una propria dignità perché – nelle piazze e nei bar – non possono passare inascoltate.

Per non perdersi poi nel magma delle idee, la nostra mente adotta uno stratagemma di “mascheramento” delle informazioni apparentemente irrilevanti: il filtro attentivo.

Ad esempio, se percepisco contemporaneamente più locutori posso concentrare la mia attenzione solo su uno, vuoi per un particolare interesse delle argomentazioni, vuoi per il fatto che viene espresso con un tono di voce particolarmente alto, vuoi per un particolare carisma di un individuo che attira magneticamente gli sguardi.

Può accadere anche che il locutore inascoltato, accorgendosi del fatto che le sue parole cadono nel vuoto, potrebbe interrompere il suo discorso per riprenderlo quando avverte una maggiore opportunità di essere ascoltato. In questo modo ogni argomentazione avrebbe uguali (o quasi) possibilità di essere espressa e ascoltata, con il risultato di una produzione di molte informazioni e una quasi forzatura nell’ascolto delle opinioni altrui. Probabilmente l’orgoglio e una estrema convinzione della validità delle proprie idee faranno sì che ognuno rimanga – al momento – della propria idea, ma non è da escludere che certe affermazioni, certe annotazioni di altri possano fare prima o poi breccia nella nostra mente.

Tutto questo perché è stato possibile percepire quelle idee, ancorché diverse; perché nel turbine di esposizione di argomentazioni tra loro anche diametralmente opposte, si è riusciti a partecipare a una discussione che ci ha quasi obbligati ad ascoltare le opinioni altrui. Non ci hanno forse insegnato che è buona educazione non interrompere continuamente l’altrui espressione e attendere il proprio turno prima di parlare?

Cos’è questo se non “socializzazione”? Cos’è se non un modo intelligente di ampliare le proprie conoscenze e arricchire le proprie idee, fino magari ad arrivare al punto di modificarle radicalmente? A tal proposito “una ricerca condotta nell’ambito di diversi approcci disciplinari ha evidenziato come le reti sociali operano a più livelli (dalle famiglie alle comunità nazionali) e svolgono un ruolo cruciale nel determinare le modalità di risoluzione di problemi e i sistemi di gestione delle organizzazioni, nonché le possibilità dei singoli individui di raggiungere i propri obiettivi” (da Wikipedia alla voce Rete sociale). Questo ancora di più sta a significare come la condivisione partecipata alle idee e opinioni altrui possa essere uno strumento utile a vantaggio delle proprie necessità di arricchimento cognitivo.

Una nuova agorà?

Internet, la rete per definizione, ha ridefinito le distanze, rimodulato i concetti di conoscenza, rivoluzionato le nostre certezze. Chi pensava che la nuova rete potesse aprire le porte a nuove conoscenze e a una onesta raccolta di idee, si è trovato di fronte il più delle volte a una bruciante frustrazione: non solo per il fatto che non mai “semplice” utilizzare i computer per cavalcare l’onda del surfing on the web (navigare in rete), ma anche perché non sempre quantità equivale a qualità.

La libertà con cui ognuno di noi può postare (pubblicare) pensieri, opinioni, commenti, idee, accuse e difese praticamente su qualsiasi argomento, elude quel controllo – da non confondere con la censura – rappresentato dalla corretta valutazione che ciò che leggiamo (trattandosi di opinioni) è per definizione opinabile.

Dare per scontato che ciò leggiamo legge in rete sia vero è un errore grave tanto quanto quello di non considerarlo un’opinione da valutare.

Ma se da una parte l’utilizzo delle risorse della rete si può focalizzare soprattutto nella ricerca di opinioni e quindi è lecito attendersi concetti che trovano conferme ma altrettante smentite (in questo caso la nostra idea può essere già delineata o essere ancora ad un livello di maturazione per cui le opinioni altrui sono linfa), dall’altra parte potremmo essere interessati ad arricchire la nostra conoscenza riguardo un particolare argomento: a vita di Giacomo Leopardi, le leggi della chimica, le missioni dello Shuttle e così via. Poiché non esiste (e per fortuna!) una norma che limiti la pubblicazione in Internet di articoli divulgativi legati soli ai “fatti” ma è libera e dunque aperta alle “opinioni”, torniamo invariabilmente al punto iniziale per chiederci: dove finisce il fatto e inizia l’opinione? Come riconoscere immediatamente un’evidenza scientifica da una frutto di un’idea personale? Potrebbe accadere quindi che solo coloro che hanno già dimestichezza di un certo argomento riescano ad allargare le proprie conoscenze ee eventualmente modificarle consapevolmente, riuscendo a tenere distinto ciò che è meramente nozionistico.

Attenti al lupo!

Detto così, sembrerebbe allora che il web fosse una trappola o uno strumento per i soli “addetti ai lavori”… infatti è proprio così! Navigando, ci imbattiamo sempre più spesso in pubblicità ingannevoli o pagine che si aprono improvvisamente e che ci propongono oggetti, viaggi, offerte che guarda caso (ma non è un caso…!) rispecchiano le nostre preferenze; comunicazioni urgenti di vincite inaspettate e per le quali non sapevamo neppure di aver partecipato; avvisi minacciosi che il nostro computer è affetto da un misterioso virus per debellare il quale è richiesto un immediato intervento con l’uso di un prodotto ad hoc, ecc. Per non parlare poi delle decine e decine di mail che invadono la nostra cassetta delle lettere virtuale di pubblicità (che, come facciamo con quella cartacea, vorremmo liberarci con un semplice cartellino “Pubblicità indesiderata”) oppure quelle che ci avvisano che il nostro conto corrente o la nostra carta di credito sono stati violati e che è necessario reimpostare le password! (Quindi, anche se questa non è la sede adatta, diffidate e cestinate sino a denunciare alle autorità casi come quello appena descritto, senza in nessun caso rispondere alla mail! Perché il più delle volte rappresentano truffe).

Ecco che la piazza sociale, quella che per molti sta diventando uno strumento per fare amicizie e condividere idee, diventa un impiccio, un parassita che ci disturba, uno sconosciuto che ci osserva, ci controlla, ci guida. Purtroppo il più delle volte nella nostra più completa inconsapevolezza.

È così difficile, nonostante abbia la patente, guidare un’auto? Sì, se non conosco lo stato di manutenzione, il corretto funzionamento, il livello di carburante, il tracciato che dovrò percorrere, ecc.

È così difficile stringere amicizie? Sì, se non conosco la lingua, le abitudini e la cultura

È così difficile vivere nel web? Sì, nella misura in cui non ne conosciamo la potenza e i segreti, le regole e i trucchi, la popolazione che vi risiede…

(Vorrei precisare che sto parlando di facilità nel compiere tali azioni e non della effettiva possibilità che ho nel compierle).

Dai mattoni ai neuroni.

Dopo questo breve excursus, torniamo a occuparci dell’aspetto “sociale” della rete, la nuova piazza, il nuovo luogo di discussione, come un moderno parrucchiere o bar dello sport….

  • “Sul web si discute e si parla di tutto”;
  • “E’ bello trovare un sacco di opinioni e nuove idee”;
  • “C’è un sacco di gente, anche simpatica, con la quale puoi parlare di tutto quello che vuoi”;
  • “Non ci si stanca mai di scoprire cose nuove”;
  • “Non resto mai solo”;
  • “Posso ordinare libri, abbigliamento, cosmetici e persino medicinali, senza muovermi da casa”;
  • “Ci ho trovato l’amore”;
  • “Sono sempre aggiornato alle ultime notizie”;
  • “Posso seguire le mie azioni e giocare in borsa”;
  • “So sempre che tempo farà domai”;
  • “Scarico un sacco di musica e film gratis!”;

E potremmo andare avanti senza accorgersi che in realtà non facciamo niente di nuovo ma che è solo cambiata la velocità con cui otteniamo certe cose, che è cambiato il costo (o meglio, dovremmo dire è cambiato il destinatario delle spese), che si è modificato il senso della legalità e civiltà.

Ignari del fatto che tutto quello che possiamo avere dal web ci viene fornito da una non ben precisata entità invisibile, eterea e principalmente elettronica (i cosiddetti provider), elogiamo la libertà con cui crediamo di scegliere le nostre calzature preferite o le nostre idee.

Ci dimentichiamo però (o si dimenticano di dirci…) che tutto quello che ci offre il web è frutto di accurati studi di marketing ed esasperato dalla potenza con cui una vetrina virtuale (come quella offerta da uno schermo di computer) possa aggredire e annullare qualsiasi altra vetrina non virtuale.

Non solo: anche tra le vetrine virtuali esistono enormi differenze di visibilità e appeal. In questo caso infatti le vetrine virtuali più “potenti”, ovvero costruite con maggiore sforzo di informatica e marketing applicato a quella (con inevitabile lievitazione dei costi di produzione), prendono il sopravvento su quelle più umili e meno accattivanti che tentano di proporre un proprio prodotto, sia di consumo che di carattere culturale e divulgativo. Se prima un’idea o un prodotto ci colpivano attraverso un mezzo fisico, adesso ci avviluppano attraverso le emozioni.

Veloce è bello.

Se in una piazza “vecchio stile” chi ha la voce meno potente attende che il più blasonato abbia terminato la sua “arringa” per esprimere se stesso, nella vetrina del web questo non accade: il più forte schiaccia il più debole. Il nuovo bisogno di velocità porta a far concludere al più presto una “transazione” (così si chiama appunto – tanto per definirne ancora meglio il senso di velocità – l’acquisto di un bene o di un servizio) per cui la coppia “alta visibilità” e “velocità nel concludere l’affare” vince nei confronti di chi non riesce ad essere altrettanto visibile né veloce. In questa realtà ci perdiamo quelle occasioni che piccoli web-negozietti potrebbero offrirci. È un po’ quello che accade con l’avvento dei centri commerciali, che in un batter d’occhio hanno fagocitato i piccoli negozi non più in grado di sostenere la concorrenza che si basa ora non tanto sulla qualità ma sulla quantità, disponibilità e convenienza (apparente) offerta dalle grandi catene.

Sul web la grande catena è rappresentata dal grande provider (fornitore di servizi sul web) e il piccolo negozio lo potremmo paragonare ai siti meno pubblicizzati e spesso gestiti in autonomia da chi vi immette i contenuti, che siano idee o prodotti. Fortunatamente negli ultimi anni si è un po’ ritornati a rivalutare positivamente il piccolo negozio nella convinzione che questo possa offrire prodotti più “genuini” e più “legati al territorio”, l’opposto di quello che è il principio fondante della rete: la delocalizzazione.

Il negozio delle idee.

Posso decidere di non andare al centro commerciale e preferire il buon vecchio negozio sotto casa (perché conosco i suoi prodotti, le persone che lo gestiscono, ecc.) ma posso fare altrettanto sul web? Nella rete (sembra un paradosso) avrei molte alternative al grosso provider che però spesso non mi attirano e – ingannato dalla bellezza e velocità di utilizzo dei più blasonati – preferisco la loro via, più breve e disponibile. Ma non è tutto: anche se riuscissi e avessi tempo (ovvero: volessi perdere tempo…) di verificare e consultare altre e meno blasonate alternative al grosso provider, nella maggior parte dei casi non saprei con chi ho a che fare: non si tratta del negozio sotto casa che conosco e che da generazioni ha servito la mia famiglia, ma si tratta di una vetrina che mi propone qualcosa che desidero ma della quale non sono certo delle origini ma soprattutto dell’esito della transazione (visto che spesso il pagamento è anticipato).

Tutto questo vale anche per le idee, le amicizie, i fatti, i commenti, la cultura: chi può garantirmi che quello che sto leggendo rappresenta effettivamente e con autorità quello che dice di rappresentare? Così come viene fatto per i prodotti di consumo, anche per quanto riguarda le idee alcuni provider grossi e potenti si stanno organizzando per “pubblicizzare” e divulgare le proprie. Siamo pronti per ascoltarle obiettivamente? Siamo in grado di riconoscerne la potenza del marketing? Riusciamo a rintracciare anche la piccola idea, del negozietto mentale sotto casa?

 

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