Capitolo uno.

Giacomo lasciava in casa tutto ciò di cui non aveva bisogno quando usciva all’aperto: i ricordi della sua infanzia, le emozioni sopite da esperienze traumatiche, le ferite che non poteva vedere davanti allo specchio.

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Come sempre, Giacomo usciva dal sonno al suono della sua sveglia. Era impostata alle 7:12. Non le 7:10 e nemmeno le 7:15 e non era un caso. Giacomo non si lasciava influenzare dai numeri «tondi». In generale, non si lasciava influenzare dal caso e ogni sua attività era organizzata secondo una strategia ben precisa, potremmo dire scientifica. La sua alimentazione seguiva un regime bilanciato di nutrienti; scandiva la giornata con attività che rispondevano in modalità impeccabili alle diverse esigenze professionali e personali che doveva affrontare; abbigliamento e cura della persona erano relativi alle richieste sociali; svago, attività ludiche e culturali erano ben accette solo se strettamente necessarie, ovvero se portavano a un tornaconto ben preciso: evitare gli imprevisti.

Grazie a questa organizzazione, Giacomo sapeva già che quel giorno si sarebbe aperto con una colazione che prevedeva la preparazione di una corroborante porzione di porridge: 75 ml di latte intero più altrettanta quantità di acqua fatti bollire per 10 minuti in un pentolino con 50 gr di fiocchi d’avena. Poco prima della fine della cottura avrebbe aggiunto un pizzico di sale. Durante il bollore — per un tempo variabile dagli 8 ai 10 minuti, finché non fosse soddisfatto della consistenza — doveva mescolare continuamente con un cucchiaio di legno: durante l’attesa ne approfittava per ascoltare le notizie alla radio. Quando era soddisfatto della consistenza della preparazione, versava il contenuto del pentolino in una tazza capiente e nell’attesa che freddasse sceglieva un frutto di stagione e lo preparava a seconda delle sue caratteristiche: lo sbucciava, oppure lo affettava, oppure lo spremeva, oppure lo lasciava tale e quale.

 Quando era pronto per mangiare spegneva la radio e si sedeva al tavolo dopo aver posizionato una tovaglietta all’americana. Vi posava sopra la tazza contenente il porridge ancora fumante e il piattino con la frutta preparata a dovere e mangiava tutto con il solo ausilio di un cucchiaio.

Consumava la colazione con indosso ancora gli indumenti che portava durante la notte. L’unica cosa di cui si occupava prima della colazione era l’evacuazione. Dopo essersi liberato, l’unico contatto con l’acqua era per lavarsi mani e viso. Con un’andatura da zombie usciva dalla zona notte come se lasciasse un reparto infetto.

La camera da letto era una stanza della dimensione sufficiente per una persona. Il letto era da una piazza e mezzo, con testata in ferro battuto nero e al fianco destro un comodino bianco laccato su cui erano posati, in ordine di distanza crescente da lui, una sveglia, una lampada dell’Ikea e un libro. L’armadio quattro stagioni, posizionato davanti al letto, era anch’esso bianco laccato con due ante scorrevoli. Sulla parete alla sinistra del letto si trovava una cassettiera in legno stile comò con sopra appeso uno specchio senza cornice. A fianco del comò si trovava la porta della stanza. Una tenda di lino scendeva pesante alla parete di fronte al comò e copriva una finestra che dava sulla strada comunale. Le quattro pareti erano colorate di verde pisello. Il pavimento era di un semplice parquet in rovere chiaro. Il soffitto era bianco. Nessun quadro alle pareti, nessuna foto. La stanza dava l’impressione di essere un passaggio temporaneo, come un hotel o un ospedale.

Abitava quella casa ormai da quasi vent’anni. E in tutto quel tempo non aveva mai cambiato arredamento, non solo della camera ma di tutta la casa. Non si affezionava ai luoghi che abitava: li considerava come un garage, un luogo dove si conservano quegli oggetti che non si vogliono avere tra i piedi. Come quelle vecchie cianfrusaglie che non sappiamo se saranno mai più utilizzate ma che — nell’incertezza — teniamo da parte. Oppure come quegli arnesi che sappiamo che prima o poi riutilizzeremo ma che sono ingombranti e non li vogliamo alla portata della vista. Infine come quegli oggetti che potrebbero avere un significato affettivo ma che quell’affettività non siamo ancora pronti a rievocarla senza tuffi al cuore. Giacomo lasciava in casa tutto ciò di cui non aveva bisogno quando usciva all’aperto: i ricordi della sua infanzia, le emozioni sopite da esperienze traumatiche, le ferite che non poteva vedere davanti allo specchio.

Finita la colazione era il momento della toilette, non prima di aver posizionato con cura in lavastoviglie gli oggetti utilizzati per la preparazione e la consumazione della colazione. Con un passo un po’ meno da zombie tornava in bagno e, in ordine, sempre nello stesso ordine: si lavava i denti, si radeva con un rasoio elettrico, faceva la doccia, si metteva il dopobarba e infine iniziava la procedura più complessa, che riguardava la messa in sicurezza delle sue ascelle. Giacomo soffriva di bromidrosi eccrina (patologia che quando era piccolo gli fu comunicata come «puzzo d’ascelle cronico») e poiché non si limitava nel consumo di alimenti che ne facilitavano l’insorgere (come cipolla, aglio e anche alcolici), era necessario che adottasse stratagemmi di mascheramento. Iniziava con la depilazione delle ascelle, proseguiva con l’apposizione di deodorante topico e terminava con la scelta dell’abbigliamento adeguato. Mai tessuti sintetici né canottiere a mezze maniche o fruit. Inoltre quando usciva, portava con se sempre un cambio: camicia, mutande e calzini.

Anche quella mattina il rito si svolse in maniera semiautomatica. Ciò che invece doveva rispondere a una programmazione consapevole, era la scelta della camicia, che per forza di cose doveva essere sempre pulita. Quindi, finite le operazioni in bagno, tornò in camera e aprì l’armadio per scegliere l’abbigliamento del giorno. Non lo selezionava secondo il proprio gusto, ma lo adeguava alle circostanze in cui quello avrebbe parlato di sé: casual se non andava al lavoro; classico giacca e cravatta se andava al lavoro; tuta se rimaneva in casa. Quella mattina scelse il classico.

Infine, prima di uscire doveva fare un’ultima cosa: scrivere il pensiero del giorno.

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Scrivere il pensiero del giorno era un mantra, una sorta di auto-ipnosi. Gli serviva per concentrarsi sulla giornata, sulle cose da fare. Per non dover affrontare l’iniqua battaglia con i suoi stati ansiosi, quello era un modo per rimanere centrato su sé stesso e avere l’illusione di avere tutto sotto il proprio controllo.

Lo aveva imparato nel corso di un ciclo di incontri di psicoterapia con una psicologa del consultorio: una serie di colloqui (pochi in realtà) in cui aveva esplorato alcuni aspetti di sé che non immaginava neanche lontanamente di possedere, che tuttavia aveva deciso inconsapevolmente di stoccare in garage. La psicologa gli aveva insegnato un metodo «Per non perdersi nei pensieri brutti», come diceva lei.

— Giacomo, deve pensare che molte volte noi siamo ciò che raccontiamo di noi stessi, — spiegava la terapeuta. — Se io parlo di me sempre e solo in maniera negativa, alla fine mi convincerò che sono una persona negativa. Capisce quello che le sto cercando di dire?

— Credo di sì, — rispondeva timidamente Giacomo.

— Ecco. Se invece cominciamo a raccontare una storia di noi un po’ diversa (non irreale o  inventata sia chiaro) ma differente rispetto a quello che abbiamo sempre e meccanicamente fatto, probabilmente anche l’idea che avremo di noi sarà diversa da quella che abbiamo avuto fino a quel momento. Per esempio lei mi sta raccontando della sua incapacità di intrattenere relazioni intime: me lo racconta come se fosse una convinzione marmorea, immodificabile…

— Ma questa è la mia esperienza, dottoressa. È la mia storia, — cercava di svincolarsi dall’idea di cambiare. — Non posso dire che sono capace di mantenere relazioni se tutte le volte che ci ho provato…. alla fine sono rimasto con un pugno di mosche in mano…

— … e per questo motivo lei si è da sempre sentito responsabile del fatto che le sue relazioni andavano male. «Non riesco a mantenerle e quindi è colpa mia». È questo quello che pensa?

— Certo… cos’altro dovrei pensare mi scusi, — domandò Giacomo, dimenticandosi però di aggiungere il punto interrogativo.

— Me lo sta chiedendo?

— Non lo so.

— Non lo sa… E le certezze che aveva fino ad ora, dove sono finite?

— Lei mi sta manipolando…

— Non mi permetterei mai Giacomo, — si affrettò di chiarire la dottoressa. — Ma il fatto che lei si senta manipolato è un fatto importante. Perché crede che io la manipoli?

— Perché sono confuso… — si rammaricò Giacomo.

— Bene! Nella confusione possiamo starci senza paura. Qui può avviarsi il cambiamento.

Giacomo la guardava quasi impaurito dall’opportunità che si stava aprendo davanti ai suoi occhi.

— Le voglio raccontare una storia, vuole? — chiese lei, senza in realtà attendere la risposta. — Una volta, molti molti anni fa, pensavo che se fossi rimasta intrappolata nei miei pensieri brutti, mi sarei persa per sempre. Avevo dieci anni e avevo la netta sensazione che i miei genitori si stessero separando ed ero convinta che il motivo della loro crisi matrimoniale fossi io. Erano sempre nervosi, li sentivo discutere nella loro camera ma non capivo di cosa parlassero. Pensavo che qualche mio comportamento sbagliato avesse causato la rottura del loro amore, fino addirittura ad arrivare a pensare che la mia stessa esistenza avesse messo la parola fine al loro rapporto.

Giacomo ascoltava quasi più per rispetto nei confronti della figura professionale piuttosto che per un vero e sincero interesse. 

— Non riuscivo però a trovare un modo per farli tornare insieme, — proseguì la dottoressa. — Allora iniziai, ogni mattina, a scrivere su un foglietto un pensierino gentile, che lasciavo sul tavolo di cucina, prima di andare a scuola. Speravo che i miei genitori li leggessero e capissero che gli volevo bene e mi dispiaceva tanto se gli avevo fatto del male. Non seppi mai se li avessero mai letti. Tuttavia, dopo qualche settimana che tutti i santi giorni lasciavo il pensierino sul tavolo, i miei genitori erano di nuovo felici. Sorridevano, scherzavano, giocavano con me come non accadeva da un po’ di tempo. Io ero la bambina più felice del mondo e anche gli anni successivi sono stati anni felici. La convinzione che avevo fatto una buona azione che, secondo la mia idea, ne aveva pareggiata una cattiva, mi faceva sentire fiera di me e consapevole delle mie risorse positive. Sapevo che se i miei genitori non si erano separati era merito mio e delle mie missive affettuose. Ancora oggi i miei genitori vivono insieme e si stanno godendo la pensione come due teneri amanti.

Dopo il racconto ci furono diversi minuti di silenzio. Gli occhi della dottoressa erano lucidi, quelli di Giacomo no.

— Bella storia dottoressa ma non mi ha commosso, — spezzò il silenzio. — Sto cercando la morale, o il messaggio, o il consiglio… ma non riesco a trovare niente di tutto questo.

— Forse perché non c’è una morale, né un messaggio, né un consiglio…

— Sono sempre più confuso…

— Sa perché i miei genitori non si separarono?

— Immagino perché si sentirono in colpa dal momento in cui iniziarono a leggere i suoi messaggi d’amore… — disse Giacomo a colpo sicuro.

— No Giacomo, non fu per quello. Solo molti anni dopo, venni a conoscenza del fatto che in quel periodo a mio padre fu offerta una cattedra di biologia in una Università molto distante da casa nostra. La decisione non fu presa alla leggera e ci furono tante discussioni tra loro. Lui si sarebbe dovuto trasferire da solo perché mia madre non poteva lasciare il suo lavoro. Ma alla fine la decisione fu presa: mio padre sarebbe andato e mia madre, forse, col tempo, si sarebbe convinta a lasciare il suo lavoro e raggiungerlo insieme a me. Era quasi tutto pronto, mancavano pochi giorni al trasferimento, quando mio padre fu convocato dal Rettore dell’Università in cui stava già insegnando come dottorando. Gli fu offerta la cattedra, per non farlo andare via e, come potrà immaginare, accettò senza esitazione. Ecco perché non si separarono. In realtà loro non avevano mai smesso di amarsi…

— Dottoressa, davvero, c’è qualcosa che mi sfugge, — Giacomo era sempre più frastornato. Non capiva a cosa era servito tutto quel racconto della vita privata della dottoressa. E non si sarebbe mai immaginato che in un percorso di psicoterapia il professionista avrebbe potuto parlare di sé così apertamente…

— Accadde qualcosa di cui sono stata consapevole solo dopo molti anni, — proseguì la terapeuta. — Qualcosa era cambiato e quel fatto mi aveva fatto stare bene con me stessa. Cosa fosse realmente cambiato lo seppi solo molto tempo dopo. Il cambiamento, ovvero la nuova idea che avevo di me, avvenne perché così come pensavo che il motivo dei litigi dei miei genitori fosse causato da me, con la stessa convinzione più avanti pensai che grazie ai miei messaggi io, — e lo disse con grandissima enfasi, — solo io fossi stata l’artefice del loro rappacificamento. Era cambiata la storia che raccontavo di me. Era la storia che mi raccontavo che era cambiata, anche se questa non si basava su dati reali ma solo frutto della miei pensieri… Capisce adesso Giacomo cosa voglio dire?

Giacomo annuiva con piccoli e lenti movimenti del capo, dall’alto in basso, come se tutta l’energia di cui disponeva fosse stata utilizzata dalla sua mente nello sforzo di dare un significato a tutti i pensieri che il racconto gli aveva fatto emergere, lasciando al corpo solo piccoli e mirate risorse per la sopravvivenza. Ma quel suo annuire era un gesto molto convinto.

— Sì, ho capito, — disse con un bellissimo sorriso. — Ho capito proprio tutto.

Quello fu l’ultimo incontro che fece con la terapeuta. Chiese di interrompere il percorso perché aveva tante cose su cui riflettere da solo. Chiaramente la dottoressa non era d’accordo con questa repentina interruzione, ma Giacomo fu irremovibile.

Da allora, ogni mattina, iniziò a scrivere su un grosso libro con le pagine bianche le proprie frasi, come ipotetici bigliettini da fare leggere a qualcuno che avesse potuto gioirne e consolarsi. Erano pensieri, ma anche brevissimi racconti, di cui aveva consapevolezza solo nel previsto instante in cui prendeva la penna in mano per iniziare a scrivere. Tutto questo gli trasmetteva ottimismo: vedere nero su bianco un suo pensiero lo convinceva che poteva controllarlo, e la sensazione di essere in grado di poterlo fare, gli dava l’opportunità di appuntare quegli aspetti del sé che avrebbe voluto conoscere meglio, per poi quindi riuscire a cambiarli secondo le necessità del momento.

La capacità di cambiare umore e avere più stima di sé, a fronte dell’osservazione degli eventi di cui siamo i principali attori, era un’eredità di immenso valore che la terapeuta gli aveva donato.

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Ormai, scrivere il pensiero del giorno, era diventato un’abitudine a cui non faceva neanche più troppo caso. Non sarebbe uscito di casa però se non l’avesse fatto: il rito aveva quasi assunto un significato scaramantico. Se non l’avesse scritta, la frase, si sarebbe sentito in debito col destino.

Apriva la grossa agenda, formato A4 con moltissime pagine, che si trovava su un piccolo mobiletto vicino alla porta d’ingresso. La posizione era strategica: era l’ultima cosa che doveva fare prima di uscire di casa. Non usava una pagina nuova per ogni nuovo pensiero, ma lo scriveva immediatamente sotto quello del giorno precedente. Se avessimo sfogliato quell’agenda, avremmo avuto l’impressione di veder scorrer una storia, un romanzo.

Quella mattina si sentiva di buonumore. Il risveglio era stato sereno, la colazione ottima e abbondante, e sentiva che la sua pelle era profumata. Fermo davanti all’agenda e con la penna in mano, guardava il soffitto. Era un gesto che aveva il duplice scopo di stirare la muscolatura del collo e non avere distrazioni visive per l’ideazione del pensiero. A volte era una sola parola, altre volte una o più frasi articolate: ma era sempre uno specchio di come si sentiva in quel momento. «Rileggendolo, potrei fare una statistica di come mi sono sentito negli ultimi anni, — pensava. — Prima o poi lo farò: darò un valore da 1 a 10 del livello di benessere che si può immaginare dal tenore dagli scritti, poi metto tutto su un foglio di calcolo, e poi creo un grafico. Potrei così avere un’idea di com’è andata la mia vita in questi ultimi anni…»

Anche quel giorno pensò a questo e, galvanizzato dall’idea che avrebbe potuto calcolare statisticamente come aveva vissuto gli ultimi anni, si sentiva ancora più felice. E scrisse:

«Quando l’acqua del torrente scorre lieve lieve, il pesce fa molta strada contro corrente. E io sono qui che osservo: a volte mi sento un pesce, a volte l’acqua del torrente. Ma in ogni caso, non sono qui ad aspettare, come il letto di un fiume, che il tempo e gli eventi corrodano e portino al mare la mia essenza.»

Felice del suo pensiero del giorno, uscì di casa e si avviò a scendere le scale che lo portavano ai garage nei seminterrati del condominio.

Arrivato al piano terra, prima di proseguire verso il seminterrato dove poteva raggiungere l’auto in garage, notò che dalla sua cassetta delle lettere sbucava fuori una busta gialla di notevoli dimensioni. Senza pensarci troppo, fece una piccola deviazione e sfilò il plico dalla cassetta, senza degnargli però nessuna attenzione. Proseguì la discesa. Raggiunse l’auto e vi salì in fretta, chiudendosi dentro e accendendo lo stereo a un volume generosamente alto. Posò distrattamente la busta gialla sul sedile anteriore del passeggero, accese il motore e facendo fischiare i pneumatici, salì la rampa e uscì. Senza accorgersene stava già guidano sulla provinciale, in una direzione scelta a caso. Era il momento di chiamare il suo capo per farsi dare l’indirizzo dell’appuntamento.

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In auto si sentiva al sicuro. Aveva una BMW Serie 3 Touring, acquistata usata una decina di anni prima, ma che ancora faceva il suo egregio lavoro. Il motore diesel aveva percorso più di trecentomila chilometri ma, a parte un fumo al limite delle norme del codice stradale, non dava alcun segno di stanchezza.

Gli interni di pelle color crema, con i segni del tempo soprattutto sul sedile del guidatore, contrastavano con il colore nero della carrozzeria. Aveva pensato, qualche anno prima, di sostituire la pelle consumata con un nuovo rivestimento in tessuto, meno resistente ma più comodo, soprattutto d’estate, ma desistette dopo che gli fu presentato il preventivo di spesa.

Quando era entrato in auto, quella mattina, aveva gettato il telefono e la busta gialla distrattamente sul sedile del passeggero anteriore, e i due oggetti erano ancora lì. Si ricordò di dover chiamare il suo capo per farsi dire l’indirizzo per l’incontro. L’auto non aveva il sistema Bluetooth per cui dovette abbassare il volume della radio. Utilizzando i comandi vocali del cellulare compose il numero del suo capo. Dopo svariati squilli arrivò la risposta:

— Alla buon’ora, — lo accolse il suo responsabile d’Area vendite.

— Buongiorno Dario, perdona il ritardo, — Dario accusava Giacomo di essere sempre in ritardo, anche quando non lo era o non avevano concordato un orario. E Giacomo ormai non ci faceva più caso, e si scusava in maniera automatica. — Ho avuto un piccolo imprevisto…

— Immagino, caro. La solita ragazzina che ti fa perdere la testa…

«…e chi ti sei scopato questa volta?», lo anticipò col pensiero Giacomo.

Dario sapeva che Giacomo non amava le relazioni fisse e pensava che il collega se la spassasse come un giovanotto. Ogni volta che lo trovava distratto, che lo vedeva stanco o non si presentava al lavoro, era sempre la stessa battuta: «Giacomo… chi ti sei scopato questa volta?»

— Magari… — si scusò solo per non dover trovare altre scuse per un ritardo che in realtà non esisteva. — Ho avuto una notte d’inferno e una mattinata anche peggiore, ma non a causa di una donna.

— Sì sì, vallo a dire a qualcun altro, marpione!

Se Dario iniziava a parlare di donne e di sesso non si sarebbe più fermato. Era una sua ossessione. Era un bell’uomo, sulla sessantina, il fisico ancora tonico, completamente rasato e con una barba grigia, occhi scuri e mascelle voluttuose che lo rendevano interessante alle sue coetanee. In casi come questo, quando la discussione virava su un terreno libidinoso, Giacomo doveva interrompere il flusso di pensieri erotici con un argomento distraente.

— Hai parlato con le Risorse Umane? — era la distrazione che immetteva, andando sul sicuro, perché l’argomento «soldi» era altrettanto potente. — Ho sentito che hanno bloccato le promozioni anche per quest’anno…

— Sei matto? Se solo ci provano, vado lì e gli ribalto la scrivania!

— L’ho letto su un comunicato sindacale…

— Sempre la stessa storia. Uno si spacca il culo, va avanti e indietro con la propria auto, e ripeto con la propria auto, — lo disse con voce greve, — e con un rimborso di pochi centesimi al chilometro pensano di aver risolto il problema? No cari: il problema c’è, ed è molto grande! Ok, non mi riconosci il rimborso a pie’ di lista? Allora mi dai l’aumento. O l’uno o l’altro, non si scappa.

— Magari è solo un comunicato per sollecitare all’azienda una soluzione, — Giacomo era riuscito a distrarlo dall’argomento sesso e si sentiva più a suo agio se Dario non avesse parlato della sua vita personale. — Ma se hai delle informazioni diverse, tienimi aggiornato: sono d’accordo con te.

— Sei il mio fido alleato Giacomo, anche se per i miei gusti scopi troppo.

«Ancora?! — pensò Giacomo irritato. — O stanotte sua moglie l’ha mandato in bianco, oppure ha ancora il gusto di sesso in bocca».

— Dove ci troviamo allora? Io sono già in auto che sto girando a caso, — chiese per interrompere nuovamente il flusso.

— Ah, giusto. L’appuntamento è alle 10:00, a Monsummano Terme. Ti invio la posizione giusta per messaggio, dopo che abbiamo finito la telefonata. Volevo solo avvisarti che il responsabile degli acquisti che incontreremo è un tipo tosto. Cioè «tosto» è un eufemismo: è un rompicoglioni! Personalmente non lo conosco, non l’ho mai incontrato, ma per prendere questo appuntamento non ti puoi immaginare quante volte ho chiamato. Si fa desiderare più di una bella donna, — «…e ti pareva non ci mettesse dentro una donna…», pensò Giacomo.   — Ma non ti preoccupare, ti tirerò fuori io dal pantano se la situazione degenerasse. Lui vorrà tirare giù il prezzo oltre i nostri limiti ma dovremo resistere. Forza!

Dario era un abilissimo venditore e riusciva sempre ad uscire anche dalle situazioni che sembravano ormai perse. Giacomo lo ammirava per quelle sue capacità ma non avrebbe voluto in nessun caso trovarsi nelle circostanze, a volte imbarazzanti, che quel tipo di caratteristiche lo portavano a dover affrontare.

— Ok, messaggio ricevuto, — lo rassicurò Giacomo, anche se Dario non ne aveva bisogno.

— Un’altra cosa. Probabilmente lo porteremo a pranzo in qualche ristorante chic, ho capito che è «sensibile» alla buona cucina. Hai tutta la tua attrezzatura? — Dario si riferiva al problema bromidrosi. — Mi capisci…

«Cazzo! Cazzo! Cazzo! — urlò Giacomo dentro di sé — Ho lasciato il cambio a casa! Cazzo!» Doveva dirlo anche a Dario.

— Come ti dicevo, la giornata non è iniziata al meglio. Ho lasciato il cambio a casa, non credo che potrò venire a pranzo con voi.

«Cazzo! Cazzo! Cazzo! — urlò Dario dentro di sé — Come se non lo sapessi che puzzi come un maiale». Ma non poteva dirlo a Giacomo.

— Be’, — disse trattenendo la rabbia. — Avrai qualcosa in macchina: un deodorante, delle salviette umide, un asciugamano…

Giacomo si ricordò che qualche tempo prima aveva messo nel portaoggetti una crema al mentolo. Però sapeva già che non sarebbe stata sufficiente per annullare completamente il problema.

— Forse ho qualcosa in macchina. Fammi dare un’occhiata, ti richiamo fra poco. Anzi: mandami la posizione dell’incontro: ci vediamo là e saprò essere più preciso per il pranzo. A dopo. Grazie.

Chiuse la comunicazione senza attendere la risposta. Si era distratto: quando, parlando della crema al mentolo, aveva dato inconsciamente un’occhiata al portaoggetti, lo sguardo si era impercettibilmente soffermato sulla busta gialla e qualcosa che ancora non era emerso alla consapevolezza aveva attirato la sua attenzione. Con la scusa di verificare se la crema fosse ancora nel portaoggetti, fermò l’auto sul bordo della strada, valutando con attenzione di essere in una posizione sicura. Con gli occhi ancora sulla busta, aprì il bauletto e frugò senza guardare. Solo il suo tatto sarebbe stato testimone della presenza del barattolo di crema. La busta aveva il lato con il suo indirizzo di casa rivolto verso di se e lo poteva leggere distintamente. Non era quello che lo attirava, però: era scritto a mano, in stampatello, con una bella grafia. Nessun errore. Il francobollo era correttamente annullato e si vedeva chiara la data del giorno precedente. Ma c’era dell’altro. In alto a sinistra della busta, c’era un marchio stampato. Leggermente più grande della dimensione del francobollo, si distinguevano chiaramente due lettere, scritte entrambe in corsivo maiuscolo. Erano le lettere B e D affiancate, che si appoggiavano dolcemente su alcune righe ondulate.

Non aveva idea di cosa si trattasse ma qualcosa nella sua memoria si era mosso. La mano nel cruscotto era ferma da un po’ mentre stringeva il barattolo di crema al mentolo. Giacomo se ne accorse solo quando lo estrasse dal cassetto. Gli occhi però tornarono come attratti da una misteriosa forza sulla busta: depositò il barattolo tra le gambe e si dedicò all’apertura del plico. I lembi ne facilitavano l’operazione perché avevano un piccolo invito che avrebbe permesso senza sforzi di esaminarne il contenuto. Sollevò la chiusura, che era attaccata alla busta con un nastro biadesivo, allargò i bordi e senza estrarne il contenuto dette una sbirciata. Vide che era presente una foto in bianco e nero, che però non estrasse. Tuttavia riuscì a notare che raffigurava delle persone in piedi sicuramente in posa per lo scatto. Erano quattro, o forse cinque, e tra loro c’era anche un bambino. Non aveva nessuna idea di chi fossero e nemmeno perché gliel’avessero inviata ma soprattutto chi lo avesse fatto.

Nonostante la giornata fosse limpida, udì un tuono. Distratto dal forte e improvviso rumore, lasciò la busta e guardò fuori dalla macchina per capire se stesse iniziano a piovere. «Non c’è neanche una nuvola… forse non è stato un tuono», dedusse.

Stringeva ancora il barattolo di crema al mentolo fra le sue cosce: pensò che l’avrebbe dovuta utilizzare al più presto perché il suo odore nauseabondo aveva invaso tutta l’auto ed era necessario aprire i finestrini e areare per bene.

<<< FINE DEL PRIMO CAPITOLO IN ANTEPRIMA >>>

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