L’educazione alimentare per grandi e piccini

Parlando di disturbi dell’alimentazione, Anoressia e Bulimia sono (purtroppo) soltanto due aspetti, ancorché drammatici, del più ampio ventaglio della categoria dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) per i quali è stata accertata un’associazione con sindromi psicologiche o comportamentali. Troviamo infatti classificati e descritti il Binge Eating (o Alimentazione Incontrollata), la Dismorfofobia (ovvero l’insoddisfazione per un particolare del proprio aspetto), la Bigoressia (o Dimorfismo muscolare o Anoressia inversa, definita come la variante maschile dell’anoressia nervosa in cui si ha un’ossessione per un corpo scolpito e muscolatura perfetta), i Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati o NAS, (tutti quelli che non soddisfano completamente le categorie precedenti ma che ne condividono solo alcuni aspetti).

Se fino ad ora abbiamo presentato i Disturbi che possiamo riscontrare dal periodo adolescenziale in poi, è importante considerare che anche durante il periodo dell’infanzia è possibile diagnosticare alcuni disturbi, quali la Pica (la persistente ingestione di una o più sostanze non alimentari in maniera sistematica e non occasionale), il Disturbo da Ruminazione (caratterizzato dal ripetuto rigurgito e rimasticamento del cibo dopo il pasto), il Disturbo della Nutrizione dell’Infanzia o della Prima Fanciullezza (che si riscontra per la persistente incapacità di mangiare adeguatamente, con assenza di aumento di peso o addirittura diminuzione).

Probabilmente, una corretta prevenzione o una pur semplice ma efficace educazione alimentare potrebbero ridurre il rischio di patologie importanti: per questo motivo riteniamo fondamentale mettere l’accento sull’importanza di una corretta educazione alimentare.

Fattori scatenanti e facilitanti i DCA.

La sommaria illustrazione appena citata dell’ampia gamma di disturbi serve anche a spiegare quanto possa risultare complicato e delicato stilare una diagnosi di DCA: infatti non esistono né spiegazioni né sintomatologie che possano univocamente determinare il livello patologico dell’eventuale disturbo in atto.

Risulta dunque fondamentale attivare a più livelli (famiglia, istituzioni, professionisti) un processo di controllo e divulgazione dei corretti comportamenti alimentari.

Particolare attenzione va posta anche ai fattori scatenanti e facilitanti tali disturbi. Tra questi potremmo annoverare:

  • caratteristiche psico-fisiologiche, (bassa autostima, perfezionismo, ossessività, inibizione sociale, emotività depressa/negativa, ecc.).
  • substrati socio-culturali, (sesso femminile, cultura occidentale, idealizzazione di modelli, ecc.),
  • abitudini familiari, (genitori obesi o che seguono diete ferree, storie di disturbi di personalità e/o di ansia, ecc.),
  • stimolazioni ambientali, (problemi alimentari nella prima infanzia, occupazioni professionali o meno per le quali è importante l’aspetto fisico, episodi di derisione per l’aspetto fisico durante l’infanzia, ecc.),

Ereditarietà genetica.

Per tutti questi motivi scatenanti esistono altrettante teorie che tentano di spiegare il motivo dell’insorgenza del disturbo: infatti non è necessario aver vissuto o essere predisposti in uno o più dei suddetti fattori per poter essere preda di uno dei DCA. Queste teorie infatti tentano di spiegare e capire come mai solo alcuni individui cadono in questi disturbi mentre altri, che probabilmente vivono nelle stesse condizioni, no.

Solo a titolo esemplificativo, potremmo illustrare alcune delle teorie che tentano di spiegare queste patologie:

  • influenza sociale dell’apparire ai danni di ragazze perfezioniste e con bassa autostima i motivi di una ricerca di emulazione dei modelli di magrezza presentati dai mass-media o dalla moda;
  • vissuti infantili, nonché una innata predisposizione genetica, aumentano il rischio di soffrire di un disturbo psichiatrico e rendono maggiore il rischio di mettersi a dieta per sviluppare poi un disturbo dell’alimentazione;
  • atteggiamenti cognitivi disfunzionali e probabile dipendenza nei confronti del cibo: avere un atteggiamento compulsavo verso l’atto dell’alimentarsi diventa una certezza da cui non sfuggire.

Genitori: una strategia per una corretta educazione alimentare per i figli.

Secondo il modello tripartito di influenza, i fattori che sono in grado di facilitare l’insorgenza dei disturbi sono:

  1. la famiglia
  2. i pari
  3. i mass-media.

Una eccessiva (e inspiegabile) attenzione alle dimensioni del corpo (nel versante della magrezza) e della “forma fisica” (in quello della tonicità) possono portare a un esaltato controllo dell’alimentazione, dell’attività fisica e delle strategie di eliminazione del cibo appena ingerito (vomito indotto o farmaci emetici e lassativi) che potrebbero rientrare in certe fattispecie di DCA.

Se per quanto riguarda i mass-media e i pari non è sempre possibile adottare strategie di controllo e protezione nei confronti dei figli, quello che possono fare i genitori nei loro confronti sin dall’infanzia è di fondamentale importanza non solo per una corretta educazione alimentare ma anche al fine di prevenire possibili disturbi già dalla prima adolescenza in avanti.

Purtroppo troppo spesso la fretta e un certo tipo di organizzazione familiare possono produrre dei comportamenti e delle abitudini che trasformano il momento del pasto in una formalità, una cosa da fare per poter sopravvivere. Si mangia molto velocemente e “a scaglioni” (“Prima il bambino, ché faccio prima, poi il marito, che ha fretta, poi io ché tanto non ho fame…”); spesso ci nutriamo con pietanze preparate con una cura sommaria e senza la dovuta attenzione; altrettanto spesso “parcheggiamo” i figli davanti la TV o li dotiamo di un tablet, così non disturbano quando i grandi preparano da mangiare…

Rischiamo che il pasto, gli alimenti, la nutrizione non sono più un momento di convivialità familiare e serenità, ma prendono le vesti di un momento qualsiasi della giornata. E se per un adulto questo può essere una scelta di priorità – anche se non condivisibile –, per un bambino è altamente dannoso.

Dovremmo quindi imparare a insegnare a mangiare ai nostri figli e lo dovremmo fare sin dal momento della loro gestazione. Come è noto, già il feto impara a conoscere e discernere i sapori presenti nel liquido amniotico così come fa il neonato durante la fase di allattamento perché in entrambi i casi tali liquidi rispecchiano i sapori dell’alimentazione della madre. Quindi come primo passo importante, la madre-gestante non dovrebbe modificare le proprie abitudini alimentari ed anzi, per quanto è possibile, mangiare sempre più alimenti sani e naturali variandone i sapori. Quando poi inizia lo svezzamento è fondamentale che appena la dentatura lo permetta, il bambino venga nutrito con alimenti sani, vari e non preconfezionati.

Senza esagerare…

Un errore in cui a volte cadono genitori, nonni e baby-sitter è quello di voler far mangiare al bambino “per forza” tutto quello che c’è nel piatto, magari promettendogli un compenso (un dolcetto o una “sorpresina”), distraendolo con un programma televisivo o addirittura facendolo giocando con il cibo.

Strategie scorrette come queste non fanno che far perdere, o addirittura non far sviluppare al bambino il senso del gusto e della consapevolezza dell’atto del nutrirsi; nutrirsi, per il piccolo, potrebbe assumere il significato un compito da sbrigare, un obbligo compensato da un premio o, nel peggiore dei casi, un gioco infantile destinato ad essere abbandonato!

Il pasto dunque deve essere per l’intera famiglia un momento di presa di coscienza di un atto molto importante non solo per la sopravvivenza ma anche per il benessere. I genitori non devono temere che il proprio figlio “non cresca abbastanza” e che quindi “debba mangiare tutto quello che ha nel piatto”, perché l’autoregolazione alimentare del bambino (attività innata) lo porta a richiedere i nutrienti a lui necessari. Non di meno il bambino deve però capire fin da subito che così come ci sono i momenti del riposo, del gioco, della pulizia personale, dei compiti, c’è anche quello dell’alimentazione.

Tra le regole che i genitori devono proporre deve trovare spazio anche quella che regolamenta i momenti in cui si mangia che, come d’altronde per tutti gli altri momenti, un’educazione alimentare da condividere con tutta la famiglia e da non fare in solitudine.

Tutti a tavola!

A tavola è importante non adottare strategie compensatorie o di premio/punizione: bastano infatti alcuni piccoli accorgimenti con i quali rendere il piccolo “attore attivo”, ancorché sotto controllo, della propria scelta alimentare. Innanzitutto fargli usare posate, piatti e bicchieri come quelli dei genitori (quindi evitare bicchieri troppo colorati e piatti dei cartoni animati) che non lo distraggano dal loro contenuto (cibo e bevande) ma che lo facciano sentire “grande”; nei limiti delle abitudini alimentari dei genitori, farlo partecipare nella scelta delle pietanza, dandogli la sensazione di poter decidere in autonomia quello che preferisce per non sentirsi “obbligato” e assecondare le sue “prove di autodeterminazione”; non riempirgli il piatto fino all’orlo ricordandosi che il bambino non riuscirà mai a mangiare quanto un normale adulto, evitandogli quindi l’ansia da prestazione (quale l’emulazione del padre o della madre) e l’umiliazione dell’incapacità di raggiungere il suo obiettivo (quando questo non diventa una sfida e quindi si verifica la dissociazione tra l’atto del mangiare e la sensazione di sazietà).

Nell’eventualità poi che nonostante accorgimenti di educazione alimentare il bambino non voglia mangiare, i genitori devono cercare innanzitutto di comprenderne il motivo prima di ogni tentativo di persuasione; in ogni caso non è preferibile insistere troppo né tanto meno contrattare.

A volte, se proprio non è evidente l’avversione per quel gusto particolare, è preferibile non gettare via il pasto non consumato ma riproporglielo tale e quale – senza farglielo percepire come una punizione – per il pasto successivo, perché il piccolo bambino deve capire che “il pasto che è stato preparato è buono”. Non si dovrebbe poi cedere alla tentazione di preparare al volo una pietanza che sappiamo gradirà, per il timore che il bambino non abbia mangiato abbastanza: questo atto sarebbe un nocivo rinforzo a un comportamento disadattivo che il bambino imparerebbe ad adottare al fine di raggiungere l’obiettivo di mangiare quello che vuole.

Altro atteggiamento per quanto possibile da evitare è quello di dar da mangiare al bambino appena dopo la fine del pasto, perché ci sembra che “abbia mangiato poco”: per ovviare a questo rischio è opportuno organizzare i pasti in modo che sia permesso uno pasto leggero a metà mattina e metà pomeriggio, che abbia il duplice scopo di integrare un eventuale pasto precedente insufficiente ed evitare l’alimentazione incontrollata del bambino. La spuntino, che comunque non si dovrà in alcun caso trasformare in pasto vero e proprio, dovrebbe consistere in frutta, latte, marmellate, pane, ecc. evitando la prevalenza di merendine preconfezionate e bevande troppo gassate.

Poche regole ma buone, come un piatto di spaghetti!

Queste poche ma fondamentali regole, possono sembrare molto restrittive e traumatiche per il bambino, ma pensate al vostro atteggiamento quando vedete vostro figlio che gioca con oggetti pericolosi o vi sfugge al controllo mentre passeggiate vicino ad una strada trafficata.

Proteggere proprio figlio da una cattiva alimentazione vale tanto quanto proteggerlo da oggetti e situazioni pericolose. Semplice educazione alimentare, semplici regole che rappresentano un modo per fargli amare il cibo, per farglielo conoscere e per far sì che impari ad attribuirgli il giusto valore e l’adeguata importanza.

Il bambino che sin da piccolo vive il cibo e l’alimentazione come un momento di ansia, di contrattazione, di rabbia, di prestazione, di compiacenza, di alienazione, di gioco, di vittorie, di sconfitte e di paura, una volta diventato giovane adolescente o adulto maturo con possibili sindromi o disturbi psicologici altrimenti e più serenamente governabili, vedrebbe nell’alimentazione una valvola di sfogo, un momento già vissuto e quindi controllabile, che si sostituirebbe al vero malessere per diventarne un capro espiatorio psicologico.

Diagnosi e prevenzioni.

Così come l’anoressico non è cosciente del proprio stato di salute fisica e difficilmente si avvicinerà a un professionista (psichiatra, psicologo, nutrizionista, ecc.), anche un bambino non ha la capacità di capire da solo di avere un disturbo del comportamento alimentare. È quindi di fondamentale importanza per entrambi una particolare cura e attenzione da parte di chi gli sta intorno (famiglia, amici, colleghi, insegnanti, ecc.) che ai primi segni di anomalie nel comportamento alimentare o nell’eccessiva fissazione per l’attività di fitness e cura del corpo, li invitino a valutare l’opportunità di un controllo medico (o nel caso di minore lo accompagnino).

Una buona e corretta alimentazione, una costante attività fisica e controlli medici generici periodici sono una sana e robusta ricetta per mantenere una forma fisica ottimale, senza per questo non avere una buona cura estetica del proprio corpo. Se a questi poi si aggiunge una corretta educazione alimentare e il supporto di una rete informativa, il processo di prevenzione potrebbe considerarsi sufficientemente adeguato.

Ma il compito più importante e impegnativo è a carico del singolo individuo, che non dovrebbe seguire né incoraggiare (per sé o per altri) le mode riguardanti l’aspetto fisico ma riuscire a mantenere un’equilibrata e consapevole coscienza del proprio aspetto, cercando di assecondare la realtà che alcuni aspetti del proprio aspetto si possono cambiare ma che per altre si deve imparare ad accettarli serenamente.

Riferimenti bibliografici.

  • American Psychiatric Association (APA) (2001), DSM-IV-TR, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali quarta edizione, Masson, Milano.
  • Dettore D. (2009). I disturbi dell’immagine corporea. McGraw Hill. Milano.
  • Prunetti C. (2011). Disturbi alimentari. Ed. Espress. Torino.

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