Comportamento autolesionistico
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La carenza affettiva, il desiderio di ritrovare e mettere alla prova sé stessi, la voglia di “lasciare un segno” portano a volte gli adolescenti a utilizzare la sofferenza autoindotta come prova del controllo della propria esistenza, fisica ed emotiva, attraverso condotte che comprendono anche il comportamento autolesionistico.

Purtroppo quello del comportamento autolesionistico è un argomento di cui si sente parlare troppo poco  eppure, secondo recenti indagini, circa un terzo di adolescenti ricorre a questa pratica.

Ma in cosa consiste?

Definizione del comportamento autolesionistico.

Si parla di comportamento autolesionistico (Non Suicidal Self Injury, NSSI) quando un individuo rivolge verso se stesso pratiche dolorose e direttamente o indirettamente pericolose per la salute: si va dal cutting (tagliarsi la pelle con lamette, ecc.), burning (bruciarsi con lame roventi, sigarette, ecc.), scarificazione o branding (prodursi ferite le cui cicatrici lasciano segni riconoscibili come nomi, marchi, simboli, ecc.). Ma non solo: anche l’uso di alcol e droghe e il controllo eccessivo dell’alimentazione possono in ogni caso rappresentare un espressione di atti autolesivi.

Gli adolescenti – ma anche adulti fino ai trent’anni – sono la porzione della popolazione che ricorre maggiormente al comportamento autolesionistico con una leggera prevalenza delle femmine sui maschi.

Perché il ricorso a questa pratica dolorosa e spesso disadattiva? Quali sono i motivi profondi? Come se ne esce?

“L’adolescente è in guerra con tutto e con tutti” è più o meno il refrain per descrivere questo periodo della vita, pieno di cambiamenti sia fisici che psicologici. Ed è proprio in questo periodo della vita che si mettono in atto comportamenti autolesionistici. Affermare che il comportamento autolesionistico è una risposta ai disagi dei nostri ragazzi è troppo semplicistico e riduttivo, ma non è del tutto lontano dalla realtà dei fatti… Purtroppo la comunità scientifica, un po’ perché sono pochi i dati oggettivi e certificati a disposizione e un po’ per la carenza di letteratura al riguatdo, non è ancora riuscita a generare una teoria che spieghi questi comportamenti.

Solo negli ultimi tempi sono stati messi a disposizione degli strumenti che almeno riescono a valutare l’incidenza del fenomeno nella popolazione non clinica (ovvero di coloro che non hanno patologie psichiatriche e/o ficiche diagnosticate): il DSHi è un questionario che in Italia è stato utilizato per misurare la prevalenza di tale disturbo. I risultati sono sbalorditivi: in un campione di studenti universitati è emerso che quasi il 40% di essi, almeno una volta nella vita, ha avuto un comportamento autolesionistico, scendendo al 35% in uno studio che invece ha riguardato adolescenti di scuola secondaria di II grado!

La fatica delle proprie idee.

Proviamo, ma solo a scopo descrittivo, a percorrere l’agito di un adolescente in questo atto.

Durante l’adolescenza, il giovane inizia a mettere in discussione tutti i modelli che fino a quel momento l’hanno guidato: genitori, insegnanti e anche amici non hanno più l’appeal che avevano in passato, quando il mondo da scoprire era troppo grande rispetto alla capacità delle proprie percezioni. Adesso invece il giovane ha voglia di sperimentare ma soprattutto vuole imporre la propria personalità di fronte a tutti coloro che fino a quel momento lo hanno allevato. Quale metodo migliore se non mettere in dubbio ogni apparente certezza? In uno svuluppo regolare, questo processo avviene attraverso (difficilissimi) modificazioni dei rapporti interpersonali; altre volte invece – e qui si ritrovano i prodromi dell’accesso a atteggiamenti di rifiuto – con l’isolamento in un ambiente psicologico, emotivo e fisico.

Qual è dunque il luogo migliore dove l’adolescente potrà ritirarsi per questo scopo? Il proprio corpo.

Il ragazzo cerca di scaricare le proprie tensioni emotive (incomprensioni, solitudine, rabbia) attraverso l’uso del proprio corpo, facilmente accessibile e di “completa proprietà e disponibilità”.

Il corpo è dunque utilizzato come “campo di battaglia” per le proprie guerre contro quelle tensioni; ferirsi con lamette, bruciarsi, ed altre attività che producano dolore, diventano lo strumento simbolico per confermare il dominio e il possesso del proprio corpo, ovvero delle proprie idee.

Quando il dolore auto-indotto svanisce, il piacere che si prova, questa ricompensa, diventa la prova che abbiamo il controllo di noi stessi, e con quello riacquisiamo la stima perduta dal confronto non soddisfacente con il resto del mondo.

Generalmente i comportamenti autolesionistici sono complementari a quelli suicidari: coloro che attuano tale stile generalmente non intendono porre fine alla propria esistenza; certo che alcuni di quelli potrebbero portare alla lunga a gravi problemi si salute…

Cosa possiamo fare?

Quindi questi ragazzi sono soli? Nel momento in cui attuano comportamenti autolesionistici, sì. La buona notizia è che il comportamento autolesionistico, come tutti gli atti di “protesta”, può rientrare e lasciar spazio allo sviluppo sereno dell’adolescente. Oggi non esiste ancora un criterio diagnostico né tantomeno un percorso prognostico; ciò che è però importante mettere in evidenza è il fatto che il ragazzo NSSI non si fa del male perché prova piacere tout-court, ma lancia un messaggio implicito verso chi gli sta intorno.

Il bambino è cresciuto e anche i genitori dovrebbero cambiare il modo di approcciarsi al proprio figlio. L’adolescente infatti non ci chiede più “Mamma, babbo, guardate cosa so fare!” bensì “Hey, ascoltate cosa ho da dire!”.

Fonti e risorse.

  • Belingheri S., 2012, Autolesionismo: il dolore fisico sostituisce quello dell’anima, pubblicato su DisCorsivo.
  • Jeammet P., 2016, Pourquoi les ados se font-ils mal?, in Psicologia Contemporanea, n°257, pagg. 28-31.
  • Manca M., Condotte autolesive in adolescenza, pubblicato su SIBRIC.

Per saperne di più:

 

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