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Alzi la mano chi si è posto almeno una volta la domanda: “Ma io… sono normale?” e continui a tenerla alzata se si è dato questa risposta: “Boh?…”. Questa è una di quelle domande che quando arriviamo a porci dice già molto del nostro stato emotivo. Perché farsi questo tipo di domande è indice di una buona curiosità, linfa vitale per non annoiarsi! Quindi “bella domanda” – potremmo dire – ma il bello viene adesso: qual è la risposta? Sono in grado di trovarla da solo, con le mie sole risorse? Oppure ho bisogno di un aiuto, di qualcuno là fuori che interpreti i miei atti? E di quello, posso fidarmi? Alla fine, una domanda ne apre altre dieci. Ma proseguiamo con ordine e proviamo a capire intanto una cosa fondamentale: cos’è la normalità?

Quale normalità?

Cos’è normale? E’ ciò che si avvicina a una nostra idea di “adeguato”, “conosciuto” e “inequivocabile”? Quello che per me è normale, può/deve esserlo anche per chiunque altro? Oppure, visto da un’altra angolazione, ciò che è normale per gli altri lo è/deve esserlo anche per me?

Se chiediamo aiuto alla Statistica (e come non farlo, dato che la matematica non è un’opinione…?), essa ci informa che è normale un comportamento che ricade all’interno di una certa percentuale di comportamenti riscontrati in natura… cioè la maggioranza vince. Però a me questa spiegazione non piace: chi non fa parte della maggioranza non è normale? Tralasciamo momentaneamente la statistica e proviamo con la Psicologia.

L’APA (American Psychiatric Association) redige da molti decenni un manuale (DSM, Diagnostic Statistical Manual, un tomo – ormai giunto alla quinta edizione – composto da più di mille pagine) che illustra pedissequamente tutti i disturbi mentali conosciuti, definendo per ognuno le caratteristiche sintomatiche che, se soddisfatte, definiscono la diagnosi specifica. A solo titolo di esempio (da non utilizzare per “diagnosi fai da te”!), possiamo diagnosticare un “Disturbo schizoide di personalità” quando il soggetto presenta quattro o più dei seguenti sintomi:

  1. non prova piacere nelle relazioni strette;
  2. sceglie attività solitarie;
  3. dimostra poco interesse nelle attività sessuali con partner;
  4. non prova quasi mai piacere nelle sue attività;
  5. non ha amici stretti;
  6. è indifferente alle lodi/critiche;
  7. freddezza emotiva;
  8. ecc.

Secondo quanto detto, riconoscendoci (o riconoscendo in altri) il minimo di quattro caratteristiche, potremmo diagnosticare quella determinata patologia psichiatrica. Poiché la maggioranza delle persone non rientra in questa fattispecie e poiché la statistica ci dice che se il nostro comportamento non ricade nella “curva di maggioranza” non siamo “normali”, potremmo facilmente intuire che “lo schizoide non è normale”. Ma vaglielo a dire…

Perché un praticante onanismo, apatico, sempre solo e senza amici, al quale non importano i giudizi degli altri, non dovrebbe essere “normale”?

Senza scomodare altre definizioni da manuale (DSM…) prendiamo il caso dell’ossessività: una persona è ossessiva quando sente la necessità, il bisogno di fare e controllare più e più volte le stesse cose oppure di seguire uno schema ben preciso e immutabile per non incorrere in spiacevoli se non deleteri inconvenienti. La persona che controlla sette volte se la porta di casa è chiusa, che non calpesta mai le righe bianche in strada o che si tocca in sequenza naso, orecchi e mento prima di parlare in pubblico, non è normale solo perché potremmo classificare la sua personalità come ossessivo-compulsiva?

Le normalità soggettiva, statistica e adattiva.

Dovremmo partire con una convinzione condivisa: la normalità non esiste, ovvero la normalità non è uno stato regolato da definizioni e caratteristiche specifiche e immutabili. Altro principio fondante dovrebbe essere quello che definisce la normalità come un’interpretazione soggettiva di un particolare stato, evento, modalità, situazione. C’è poi un altro tipo di normalità che, per la sua funzione ed espressione, raramente ci accorgiamo della sua esistenza: quella adattiva.

Un altro punto cruciale riguarda infatti la persistenza delle caratteristiche definibili statisticamente come normali. In altre parole: il “normale” di qualche secolo fa è lo stesso “normale” di oggi? Evidentemente la risposta corretta è no, e l’esempio più lampante è la corsa al rogo delle streghe… Nessuno oggi si permetterebbe di etichettare maghi e veggenti come “diversi” o “anormali”.

Quindi il concetto di normalità non è (non sarebbe) una definizione scritta sulla pietra, ma variabile con il variare della cultura e dei tempi. Se qualche decennio fa eri un ragazzino curioso, probabilmente ti avrebbero messo da parte perché “curiosity killed the cat“…  Ai tempi attuali, grazie alle tecnologie e ai Social, essere curioso è diventato una virtù: essere popolari significa avere molti follower perché si posta, si retwitta, si condividono informazioni prese a destra e a sinistra grazie ad altri che a loro volta hanno retwittato e condiviso.

La “normalità” varia ma sempre in relazione agli eventi, alle persone, alla società, alla cultura: si adatta alle esigenze. Solo questo dovrebbe farci capire che quello di “normalità” è un concetto fugace, labile, a disposizione delle persone stesse, espressione e caratteristica descrittiva e mai categorizzante.

Quindi, la normalità esiste?

Esiste, nella misura in cui la consideriamo come “probabilità” di rientrare tra la maggioranza delle caratteristiche che possono illustrare un certo comportamento e non come strumento di categorizzazione. Chi alla domanda “Sono normale?” ha tenuto la mano alzata, a questo punto potrebbe rispondersi con un’altra domanda: “Ma io sto bene? Con questo mio comportamento, danneggio o disturbo gli altri?”.

Siamo arrivati al punto di svolta, se consideriamo la “normalità” come un’esigenza sociale. E’ come se “normalità” e “libertà” condividessero gli stessi principi morali.

Io sono libero di condurre la mia esistenza nel modo che preferisco, a patto che non leda la libertà altrui. Parafrasando: posso essere “normale” come voglio, basta che non sia un disturbo per la società.

Quindi, come per la libertà, esistono limiti alla rappresentazione della normalità. Nel caso che col mio comportamento disturbi la società e le altre persone, ognuna nella propria normalità, cosa dovrebbe accadere? Logicamente, dovremmo affrontare la questione che porta il soggetto verso una “limitazione” della propria normalità, e non sempre questo è possibile.

Quando una persona supera i limiti della libertà, la legge prevede pene e/o sanzioni, da una parte valutabili come deterrenti e dall’altra come punizioni. E per limitare i comportamenti “normali”? Una volta potevamo prendere in considerazione i manicomi, ma per fortuna questi non esistono più (almeno nel modo in cui venivano utilizzati). Poi un’altra difficoltà: chi dice a quella persona che deve cambiare il proprio comportamento, perché non è normale?

Se me ne accorgo, sono normale.

Nella pratica potrebbero presentarsi due diversi casi:

  1. la persona si accorge che il proprio comportamento, anche se considerato adeguato, non lo è per gli altri, nel senso che impedisce il normale scorrere dell’esistenza altrui;
  2. la persona non si accorge di tutto questo.

Nel primo caso ci sono spazi di miglioramento, nel secondo caso probabilmente c’è patologia.

Se mi pongo la domanda “Sono normale?”, probabilmente capisco da solo che c’è qualcosa che va oltre i limiti del “condiviso”, che la mia “normalità” potrebbe essere “fuori dalle righe”. Potrei decidere a questo punto di capire quanto fuori dalle righe possa essere, e valutare se possa produrre conseguenze disturbanti negli altri ed eventualmente adottare delle contromisure; oppure potrei fregarmene e continuare ad essere come sono. Nel secondo caso siamo di fronte a una patologia della personalità?

Sono libero di scegliere la mia normalità nel perimetro del rispetto degli altri. Quando però non scelgo la mia normalità ma la vivo a prescindere dalle conseguenze, forse non ho coscienza del mio stato e se ne avessi vado incontro alla probabile lesione volontaria della libertà altrui…

Basta così? E perché no: non vi sembra normale?

Fonti.

American Psychiatric Association, DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, 2013.

Bonino S., Psicologia contemporanea, rubrica “Cattivi pensieri”, vol. nr.257, 2016

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